Dopo il liceo frequentai la facoltà di Scienze Politiche che per me era stata una prima scelta, e non un ripiego come per molti transfughi di Giurisprudenza o Economia. Ero andata agli open day dell’Università, cercando di comprendere come avrei trascorso i successivi 5 anni e scelsi di farmi accompagnare nel cammino da eminenti filosofi, acclamati sociologi e illustri storici. Ben consapevole della mia idiosincrasia ai numeri, optai per un percorso in cui ci fossero meno esami possibili di materie economiche che infatti, per me, si limitarono a Statistica, Politica Economica e l’ineluttabile Economia Politica per il quale studiai 3 mesi con un’insegnante privata che, armata di grandi doti maieutiche, miracolosamente riuscì a farmi capire le formule keynesiane e l’equilibrio tra domanda e offerta. Superai lo scritto, lo scoglio più difficile, con un inaspettato 28 e, cosa ancora più gradita e sorprendente, nel corso dell’orale il professore titolare della cattedra mi fece i complimenti per la mia padronanza degli argomenti tanto da propormi di collaborare con lui nel dipartimento di economia. Orgogliosa e incredula, ammisi che quella preparazione era il risultato di uno studio lungo e faticoso e declinai dignitosamente l’offerta, portandomi comunque a casa un bel 30.